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Il mondo è bello perché è vario” è un’affermazione che può essere applicata anche al mondo digitale. I suoi “abitanti” possono essere classificati, a grandi linee, in base al loro rapporto con la tecnologia: nativi, immigrati e generazione pre-digitale.

I nativi sono i bambini nati dopo il 2000 e cresciuti in un mondo già dominato da Internet e dai dispositivi elettronici. Hanno sviluppato un cervello più rapido, multitaskinng, percettivo e meno simbolico a tal punto da aver anche sviluppato uno stile d’apprendimento completamente diverso. Sanno dominare le tecnologie – infatti corrono di meno il rischio di diventarne dipendenti rispetto alle generazioni precedenti – e si destreggiano tra più dispositivi contemporaneamente. Hanno bisogno di imparare divertendosi e che tutto sia veloce, divertente, interattivo e per niente unidirezionale. Hanno, quindi, un cervello completamente diverso rispetto a quello degli immigrati, abituati a fare una cosa alla volta, che sono meno abili con la tecnologia e più propensi a diventarne dipendenti.

Il divario diventa ancora più evidente a confronto con la generazione pre-digitale, decisamente “monotasking”, che usa il cellulare solo per chiamare e che non sa scrivere SMS, ma solo leggerli.

Quindi, sono tutte generazioni diverse, a partire dal cervello, ed è come se i nativi fossero una sorta di evoluzione dell’essere umano. O, almeno, questa è la tesi che sostiene lo psichiatra Tonino Cantelmi, professore di psicologia dello sviluppo alla Lumsa.

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